
Erano anni che la maggior parte dei fans dei Black Sabbath aspettavano un nuovo disco da parte di Tony Iommi & Co. Tanti evocavano il ritorno della formazione originale (dopo la Reunion del 1997) con Bill Ward alla batteria e Ozzy Osbourne alla voce. Ma nel 2007 i Nostri, con Ronnie James Dio dietro al microfono, ritornano a calcare le scene con diverse date, tra cui il Live at Radio City Music Hall, estrapolata e inserita in dvd emozionante. Tutto questo preceduto da una raccolata intitolata "The Dio years" che, con le tre canzoni inedite presagivano un ritorno di un nuovo disco con la formazione del disco datato 1992 "Dehumanizer".
24 Aprile 2009: esce The Devil you know. Nuova fatica dei Black Sabbath (il monicker è mutato sottoforma di Heaven and Hell, Iommi vuol parlare chiaro ai fans che non si dovranno più aspettare in sede live canzoni come "Paranoid", "Iron Man" ecc..., in quanto il baffuto chitarrista ha deciso di rispolverare i vecchi classici dell'era Dio).
Tante aspettative per questo nuovo disco: mesi prima incominciano a trapelare varie e "frettolose" opinioni (alcune molto critiche) da parte dei fans, ma la realtà (vista e soprattutto ascoltata da me) è questa:Si parte subito con Atom and Evil, ed è subito una chitarra "oscura" che introduce dei riff cupi, lenti e spettrali.
Irrompe Dio, con la sua voce teatrale e la parte iniziale del pezzo, riecheggia la prima canzone scritta da Geezer e Tony nel 1970.
Un chorus davvero azzeccato, "stacca" il riff iniziale cambiando atmosfera. Ottima la sezione ritmica che dona al pezzo una maestosità unica.
Un riff di chitarra, questa volta leggermente più veloce, introduce Fear e subito l'ingresso della batteria e del basso è micidiale, con un ritmo variegato e potente. Mostruosa la prova vocale di Dio, che dona "paura" (guarda caso) e terrore a questa traccia interessante e insolita per i Sabs.
Un arpeggio di chitarra acustica (quasi folk) introduce Bible black. Le note pizzicate dalla mano sinistra di di Tony Iommi, vengono accompagnate dagli assoli lenti e intensi da parte di una chitarra elettrica compaciuta di essere suonata da questo eterno chitarrista. Dio non si fà attendere e la sua voce esce fuori più magica e soave che mai.
Presto la canzone si "infiamma" e la voce di Ronnie diventa maligna, con tutti gli strumenti che crescono per intensità e potenza. Seguono gli assoli fantastici quanto ispirati del "Man in black" e l'ultima parte un cambio repentino di atmosfera, con un ritmo incessante, sigilla il brano come uno dei migliori del disco.
Un giro di basso "ipnotico" di Geezer Bulter fornisce le basi per l'inizio di Double Pain, subito ripreso dalla chitarra di Tony Iommi più minacciosa che mai. Una canzone tetra con un chorus veramente azzeccato ed esplosivo. Chiudono la canzone, le "mazzate" di Vinny con le sue bacchette tenute al contrario. Semplicemente perfetta.
E' il turno di Rock and Roll Angel. Inizia subito con un riff "aperto" e l'atmosfera prende le distanze dai brani precedenti, essendo qui più "positiva" e "angelica". Ma un riff incessivo incomincia incalzare e gli echi della splendida "I" (contenuta in Dehumanizer), si incominciano a percepire. Segue un intermezzo di chitarra acustica da lacrime agli occhi con il quale terminerà la canzone, accompagnata anche da assoli di chitarra classica flamenca, che conferma tutta la classe e l'eclettismo del chitarrista degli H & H. Prova maiuscola da parte della band.
Con “The Turn Of The Screw” si torna alla potenza dei brani iniziali. Un brano da ascoltare in sede live, per carpirne al meglio tutta la sua cattiveria. In questo brano il "maggiordomo" sale in cattedra e le sue linee di basso sono pregevoli.
"Eating The Cannibals" e "Neverwhere" sono le canzoni più veloci del disco. Quest'ultima leggermente più interessante della prima, forse per l'inserimento di qualche "stacco" in più. Ma entrambi i ritornelli sembrano troppo "forzati". Due buone canzoni, niente più.
"Follow The Tears" è un altro capolavoro contenuto in questo album. L'organo crea l'intro "septtrale", Iommi prende spunto e Vinny getta le basi, con rullate che fanno presagire l'inizio di una "guerra" sonora. Il riff di base è cupo come non mai, Dio canta in maniera teatrale e il brano emoziona. In alcuni passaggi ritorna a farsi sentire il fantasma di Ozzy. Da pelle d'oca.
Il viaggio tra il paradiso e l'inferno si conclude con "Breaking into heaven", brano che ha bisogno di tantissimi ascolti per entrare nel sangue. I riff sono "infernali", sezione ritmica possente e "pachidermica". Nella parte centrale, il brano cambia marcia e si "velocizza" con un
buono assolo di Iommi. Il chorus è la parte dove Ronnie riesce ad esprimersi ai massimi livelli, donando al brano un'epicità unica.
Nonostante questo, rimane uno dei brani più deboli del disco, pur essendo una discreta song.
Un ritorno che farà la felicità di tanti fans dei Black Sabbath. Ancora una volta, Iommi & Co. escono con un disco "moderno", con un "nuovo" sound (perfetto il lavoro dei Rockfield studios) e partoriscono il loro disco più "oscuro", "dark" e "solenne" in quarantanni di onorata carriera. Da ascoltare in una stanza buia, con una candela accesa, fuori il temporale e... sono sicuro che le campane torneranno a suonare...
Senza voto, perchè i Black Sabbath al contrario di altre band non meritano di essere giudicati con un fin troppo semplice giudizio numerico. Nutro troppo rispetto per questi "ragazzi sessantenni". Un ringraziamento alla band, per averci regalato ancora emozioni...di quelle VERE.
Recensione a cura di Daniele Carnali 